Alle origini della nostra civiltà : viaggio a Villanova d’Albenga

Alle origini della nostra civiltà : viaggio a Villanova d’Albenga

Set fotografico  – L’analisi di un manoscritto con lo storico Gianni De Moro

Per la nostra rubrica culturale “Alle origini della nostra civiltà”, ci siamo recati a Villanova d’Albenga (Sv), meraviglioso paese di origine medievale situato alla confluenza dei torrenti Arroscia e Lerrone, in posizione strategica per il controllo delle vie di comunicazione. Villanova d’Albenga era un borgo fortificato, dotato di mura e torri difensive, ancora oggi perfettamente conservate. Per difendere il territorio dalle scorrerie dei marchesi di Clavesana, il Comune di Albenga, nel XIII secolo diede vita ad alcuni borghi fortificati, tra cui Villanova. Dentro il paese potevano trovare protezione gli abitanti dei paesi vicini, che con l’allevamento ed i lavori agricoli contribuivano al sostentamento della comunità. Durante i secoli passati Villanova subì numerosi attacchi e saccheggi ad opera dei Clavesana, dei Doria e degli Spinola, ma rimase sempre legata ad Albenga. Abbiamo chiesto un commento allo storico Gianni De Moro in merito ad un antico documento che descrive la storia agraria di Villanova : ” Il documento si rivela interessante per la storia agraria di Villanova in relazione a diversi aspetti. Innanzi tutto, ci trasmette una serie di ventitré toponimi in perfetta corrispondenza con i reperti linguistici del catasto locale del 1539, in buona parte ancora vitali ai giorni nostri evidenziando una conservatività di quasi mezzo millennio; in secondo luogo evidenzia un intrinseco vigore semantico-descrittivo circa l’evocazione di tecniche colturali, regimi e manufatti funzionali a questi collegati.

Il territorio si articola in precise categorie di evidenza: boschi, terre lavorate, orti e prati. Le terre poi si distinguono opportunamente in olivate e seminative: Emergono anche tracce più specifiche ad indicare zone un tempo occupate da essenze spontanee (“Bossari”) o destinate a pascolo stagionale perché brulle (“Bandìe”) infine conquistate ai seminativi. Le “Cavaorie” rendono conto della pratica fondamentale del dissodamento.
Il paesaggio appare funzionalizzato da ponti, case e altre strutture di servizio che è il caso di considerare attentamente perché topograficamente rilevanti e significative, a posteriori, nella
campitura di areali di presenza. “Sopenne”e”Terruzzi”rappresentano le due tipologìe fondamentali di costruzioni,più o meno precarie, utilizzate in campagna in appoggio alla gestione armentizia o all’espletamento dei lavori agrari. Le prime erano realizzate in materiali litici posizionati a secco con copertura conoidale a tholos (prime attestazioni documentarie nel XIV secolo, su tecnica
evidentemente protostorica), i secondi con pietrame saldato in malta di terra (prime attestazioni documentarie nel sec. XV).
Alcuni toponimi (“Tenaighi” e”Coasco”) implicano relazioni locative con importati centri abitati scomparsi.
Il foglio volante manoscritto oggetto del nostro approfondimento, redatto su ambo le facciate, proviene verosimilmente da un libro di conti familiare risalente (per l’uso che vi si fa del termine
Commune, di evidente retaggio francese nell’accezione amministrativa specifica resa popolare anche in Liguria dopo la Rivoluzione) al periodo 1797- 1805 è riconducibile alla presenza proprietaria di un casato importante nella microstoria villanovese, ivi residente almeno dalla metà del XV secolo assurto nella prima metà del XVI a ranghi significativi nell’organizzazione sociale
paesana, esercitando, alcuni suoi membri, il notariato e rivestendo cariche rappresentatine nell’organigramma politico-amministrativo locale.
L’elenco conservatoci dal documento intende descrivere esaustivamente un patrimonio familiare al momento di un passaggio successorio distinguendolo in provenienze paterne e materne; proprio in rapporto alla derivazione, la massa dei beni appare maggiormente legata, come ovvio, all’asse paterno (64,8% contro il 35,1%). Ne fanno parte terre e case, ciascuna valutata in lire e la mancanza dei tipici frazionali di registro fa propendere a credere trattarsi di una stima di valore corrente piuttosto che di un dato catastale. Un errore balza evidente proprio dalla valutazione relativa ai beni materni ammontante a lire 14.000, mentre in sede di somma complessiva lo stesso dato retrocede a lire 13.900 con una differenza di 100 lire di cui non affiorano spiegazioni.
In rapporto ad un patrimonio complessivo ammontante a 45.200 lire (che dovrebbero essere ancora lire genovesi o succedanee delle stesse, comunque non franchi francesi impostisi sul mercato dopo il 1805) i seminativi rappresentano il 43,8%, gli oliveti il 35,8%, i boschi il 4,4% e le case il 15,9%.
Non si può non sottolineare la decisa presenza dell’olivicoltura, specializzazione agraria di pregio,soprattutto se ci si collega a precedenti documenti del 1779-1782 che attestano, proprio per
Villanova, fiorente produzione collegata (tale da doversi stoccare l’olio in “trogli” ipogei scavati sotto botteghe e magazzeni “in mezzo al borgo”) la commercializzazione della quale doveva essere
in grado di condizionare tangibilmente i flussi finanziari delle famiglie del paese.
Limitando l’analisi al solo patrimonio terriero, i seminativi salgono al 52,1%, gli oliveti al 42,6% ed i boschi al 5,2%, il che, se può fornire una generica descrizione patrimoniale della campagna
villanovese considerata attraverso il prisma di una presenza patrimonial-familiare singola non può trasferirsi in termini di effettiva conoscenza di presenze colturali relazionato col territorio, nulla,
cioè, di quantitativamente significativo a fini storico ricostruttivi.
Christian Flammia  – 25 03 2019 

Di Staff_ReteGenova

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